Svezzamento o Autosvezzamento?

Ho iniziato a documentarmi sullo svezzamento quando Camilla era ancora molto piccola. Perché da un lato dovevo rimettermi in careggiata con il lavoro e dall'altro non riuscivo a fare una scorta di latte sufficiente per coprire eventuali assenze.

Non ho preso la via più semplice, questo lo premetto. Ma è quella che mi assicurava di seminare oggi per raccogliere domani tanto in termini di autonomia, lato bimba, e tranquillità e gratificazione lato genitori.

Ma di questo vi racconterò più avanti. Per ora sappiate che è la scelta strategicamente più conveniente.


Tornando alla mia ricerca, mi ha portata a leggere tanto e ad incontrare anche sia svezzamento che autosvezzamento. Con i relativi pro e contro.

In questo post vi riporto degli spunti, in estrema sintesi, che vogliono essere dei punti di partenza per chi si sta documentando come ho fatto io.

Sicuramente saranno i capisaldi attorno ai quali sperimenteremo noi come famiglia.

La selezione che troverete è ovviamente “di parte” nel senso che ci sono varie scuole di pensiero e io ho selezionato le informazioni più in linea con il nostro stile di vita e il nostro approccio all’arte genitoriale.

Ma forse anche filtrate da una nuova consapevolezza, ossia che il centro non è più sostituire il latte materno ma accompagnare nostra figlia nella scoperta degli alimenti, del piacere per il mangiar bene e della gioia del farlo in buona compagnia.

Il nostro compito non è far mangiare lei ma mangiare con lei, restando in ascolto.

Buona lettura e buon viaggio perché sarà certamente una nuova avventura per tutta la famiglia e ognuno di noi la affronterà a modo suo, restando in ascolto, perché ogni bambino è un individuo unico e irripetibile.



1- SVEZZARE significa letteralmente “levare un vizio”, che poi sarebbe quello di succhiare. Ma non è un buon punto di partenza. Perché definire vizio questo gesto prezioso? Il giusto approccio forse inizia cancellando la parola “svezzamento”e parlando di “alimentazione complementare a richiesta”, cioè di introduzione di alimenti solidi, quando il latte non basta più. (1)

Non è una scelta che comporta dei vantaggi, è semplicemente la più naturale e sana possibile, come l'allattamento. Ma è corretto valutare altri percorsi e solo in questo caso si parla di vantaggi che determinano le scelte dei genitori (5).


2- La CORRETTA ALIMENTAZIONE nei primi anni di vita (e in particolare nei primi 1000 giorni) è considerata fondamentale per la salute e il benessere non solo nell'età infantile ma anche nelle epoche successive della vita. Le corrette abitudini alimentari e uno stile di vita sano adottato fin dai primi anni consentono infatti: uno sviluppo fisico e mentale corretto, la probabilità di mantenere buone condizioni di salute nelle età successive, il mantenimento di corretti stili alimentari e di vita in età adulta grazie all'effetto-memoria (2)


3- PERCHÉ si introducono gli alimenti solidi?

Recenti studi hanno dimostrato che a 6 mesi circa l’intestino del bambino e il suo sistema immunitario sono completamente sviluppati e pronti a tollerare cibi diversi dal latte e, anzi, cibi che caratterizzano la dieta sana e normale di una persona adulta. Inoltre, è proprio intorno ai 6 mesi che il latte materno non è più sufficiente per apportare da solo alcuni nutrienti quali proteine, ferro, zinco e vitamine che devono essere necessariamente integrate con il passaggio al cibo solido.


4- Il riferimento sono i sei mesi ma, al di là di quello che dice il calendario, si comincia QUANDO IL BAMBINO È PRONTO, il che può accadere qualche settimana prima dei sei mesi o un paio di settimane dopo.

Ci sono dei SEGNALI di riferimento dal punto di vista neutomotorio, e sono che (3):

1.sappia stare seduto;

2.sappia deglutire gli alimenti (avendo perso quel riflesso che lo porta a tirar fuori la lingua per succhiare al seno o al biberon);

3.sappia afferrare il cibo con le mani per portarlo alla bocca;

4.mostri interesse per il cibo stesso e ci faccia comprendere di volerlo sperimentare.


5- Il PEDIATRA dovrebbe avere il ruolo di "facilitatore". Partendo dai principi montessoriani potremmo dire che "come genitori e maestri dovrebbero aiutare i bambini a fare da soli, così i pediatri dovrebbero aiutare i genitori a fare da soli".

Dalla metà del secolo scorso ai giorni nostri c’è stata un'eccessiva medicalizzazione dell'alimentazione del bambino piccolo, che ha dato ai genitori l'impressione che non avessero competenze. Invece non è così.

Di pari passo ancora oggi molti pediatri raccomandano abitualmente cose che non hanno altro fondamento se non antiche e semplici opinioni di qualche autorevole professore, alle quali se ne sono aggiunte altre, e così via fino a diventare un comportamento consolidato, che nessuno sa da dove e perché sia nato. (1)


6- Nella fase 0-7 anni è il bambino che deve essere il nostro modello, è lui che ci deve indicare la nostra modalità di educazione nei suoi confronti (che può essere completamente diversa da quella di altre mamme e di altri bambini, anche dei suoi stessi fratelli e sorelle). Questo significa avere FIDUCIA nel proprio bambino. Avere fiducia nel fatto che sarà lui a indicarci la persona che è e come noi dobbiamo comportarci con lui perché la nostra azione sia efficace e lo aiuti ad adattarsi e a crescere. (2)

L’approccio dovrebbe essere lo stesso anche durante lo svezzamento. Ci siamo affidate all'allattamento a richiesta da quando è nato il nostro bambino. Eppure, chissà per quale motivo, sulla pappa sentiamo la necessità di un controllo maggiore, di non fidarci della richiesta del nostro bambino, come se nel passaggio dal latte al cibo solido avesse perso l’istinto che l’ha guidato e fatto crescere per sei lunghi e intensissimi mesi. Con il latte sa autoregolarsi e con la pappa per quale motivo non dovrebbe? Ma a noi piace trovare le regole, le tabelle, le curve di crescita e complicarci la vita. (2)


Sta all'adulto il compito di cogliere questi segnali, partendo appunto dall'osservazione. "Non occorre inventarsi nulla: il bambino arriva in modo autonomo e spontaneo a desiderare il cibo 'da grandi' e a sviluppare le competenze per poterlo mangiare. Quello che devono fare gli adulti è semplicemente accompagnarlo in questo percorso spontaneo. Il bambino saprà scegliere bene, basta lasciarlo scegliere. Imporgli qualcosa è solo controproducente.

Ci dimentichiamo spesso che ha già introiettato i gusti della cucina locale (assaggiati attraverso il liquido amniotico e attraverso il latte materno); il bambino ha già, nella sua testina, un interruttore per l’appetito, che non solo regola la quantità delle calorie necessarie, il momento di assumerle e la loro quantità globale ma anche la scelta dei singoli nutrienti.Importante è non guastarlo, quell'interruttore, non forzare quella naturale capacità di scelta, non corromperla. (4)


7- Un bambino di sei/sette mesi ha ormai un APPARATO DIGERENTE sufficientemente MATURO per poter digerire i normali alimenti preparati in casa, così come si faceva una volta, tenendo naturalmente conto dell’assenza dei denti e che deve fare esperienza nella gestione di formati e consistenze.

Un modo che sembra nuovo dunque e che viene definito “autosvezzamento” ma che è in realtà antico che si fonda sia su dati scientifici che sulla quotidiana osservazione dei bambini. Minima spesa e grande soddisfazione da parte dei genitori invece che astruse combinazioni di più o meno esotici prodotti industriali o preparazioni poco appetitose, scondite o ipersemplificate (1).


8- Come anticipato sopra, il bambino dovrebbe poter SPERIMENTARE sapori e consistenze.

Qui forse le scuole di pensiero si scontrano in maniera più netta.

Da una parte chi dice che una certa gradualità va mantenuta, perché il bambino ha bisogno di tempo per adattarsi a nuovi sapori e consistenze. La consistenza della pappa dovrebbe cambiare in modo graduale: da semiliquida, a cremosa, a semisolida, fino ad arrivare, intorno all'anno di età, agli alimenti tritati. L'ideale, secondo questo approccio, è introdurre un alimento alla volta, riproponendolo per due o tre giorni prima di cambiare.(4)

Chi invece, nella visione dell'autosvezzamento, dice che liofilizzati, omogeneizzati, puree, frullati non servono.

Da subito si possono offrire pezzettini solidi, per quanto piccolini. Se il bambino non è ancora in grado di mandarli giù, significa che non è ancora pronto per lo svezzamento e che gli basta il latte. Inutile trasformare altri cibi in forma liquida pur di darglielo. Meglio rendere fruibili gli alimenti "dei grandi": frullati, schiacciati o dati in pezzettini. (1)

Quindi sì, tutto, ma proprio tutto! L’introduzione graduale dei nuovi alimenti rimane come suggerimento ma solo per permettere al bambino di familiarizzare con un nuovo gusto alla volta, prenderne confidenza e consentire all’adulto di tenere monitorate eventuali reazioni e attribuirle subito al nuovo alimento introdotto.(2)

Tenendo presente che è da ritenere sorpassata la convinzione che l’introduzione di alcuni alimenti dall'inizio, anche il glutine, possa essere causa di intolleranze o allergie.

L’autosvezzamento si presta benissimo al “mangiare con le mani”. Questa parte che sembra una mancanza di regole, in realtà è una parte fondamentale perché il bambino prima manipola il cibo, ne conosce la consistenza e poi lo porta alla bocca, ma lo porta con già una serie di informazioni ricavate dalla manipolazione che lo aiutano a gestire meglio il boccone, limitando il rischio di soffocamento. Ha già registrato se quel boccone sarà duro o morbido, viscido o secco, succoso o asciutto. E lo avrà fatto toccandolo con le mani. (2)


Ho preferito citare entrambi gli approcci solo in questo caso perché questo punto incrocia troppe variabili e ogni mamma deve adattare l’approccio su se stessa, vista l’ansia che provoca, e sul bambino. Non va applicato un modello se una delle due parti non è pronta (come in tutte le altre tappe).

Certo è che la prima cosa di cui hanno bisogno i bambini è il ferro, che intorno all'ottavo-nono mese comincia a scarseggiare nel latte materno. Per questo non ha molto senso sostituire il latte con puree di frutta o brodini vegetali, che di ferro non ne hanno. Via libera, invece, a carne e pesce e a tanti altri alimenti.


9- Il RISCHIO SOFFOCAMENTO è uno dei timori più grandi dei genitori che guardano con un certo interesse l'autosvezzamento, ma ne sono allo stesso tempo spaventati: il rischio che qualcosa "vada di traverso", finendo per soffocare il bambino che, in fondo, è davvero ancora molto piccolo.

In realtà gli studi disponibili sull'argomento non supportano questa preoccupazione: sembra infatti che i bambini che seguono autosvezzamento non corrano più rischi di soffocare dei coetanei che seguono uno svezzamento tradizionale. Questo, ovviamente, a patto che gli alimenti vengano proposti in modo sicuro, per esempio tagliando in piccoli pezzi quelli più rischiosi (acini d'uva, pomodori ciliegini, bocconi di mozzarella) o addirittura polverizzandoli (come nel caso della frutta secca a guscio). (3).

Inoltre, se lo svezzamento avviene nei tempi e nei modi corretti, osservando il bambino, rispettando il suo sviluppo neuro-motorio e il suo istinto e proponendogli il cibo nelle forme adeguate, il rischio di soffocamento è praticamente nullo, pur rimanendo necessaria e, anzi, indispensabile, una certa attenzione da parte dell’adulto che non deve mai lasciar mangiare il bambino senza rimanere nei paraggi e pronto ad intervenire (ma questo vale non solo nella fase di svezzamento ma anche negli anni a venire). (2).

Nelle buone abitudini famigliari inoltre, durante i pasti non ci dovrebbero essere distrazioni o tentativi multitasking come mangiare e parlare, mangiare e giocare, mangiare e ridere. Non in queste fasi delicate nelle quali l'attenzione, sopratutto all'inizio, va tenuta alta.

Questo non toglie la necessità, per ogni famiglia, di frequentare un corso dedicato alle manovre di disostruzione delle vie aeree in età pediatrica che di solito comprendono anche la rianimazione cardiopolmonare e le cause di avvelenamento. In prima istanza, durante questi percorsi, viene chiarito anche come tagliare le varie tipologie di alimento.


10- Il Bambino NON È UN PICCOLO ADULTO, per cui ha comunque bisogno di attenzioni particolari rispetto a quanto gli si mette nel piatto. Per esempio ha bisogno di più GRASSI rispetto a un adulto – il 40-45% dell'apporto calorico quotidiano, invece del 30% consigliato a mamma e papà – perché i grassi gli servono per la costruzione della guaina di mielina che deve avvolgere il sistema nervoso.

D'altra parte ha bisogno di poche PROTEINE, perché un eccesso di questi nutrienti nei primi due anni di vita si associa a un aumento del rischio di sviluppare obesità.

Piccola nota anche per gli alimenti integrali ricchi di FIBRE: la dose consigliata per i piccoli è indicativamente la metà di quella dei genitori.

Si deve infine trattare di CIBO SANO, ossia cibo sicuro e assunto in maniera varia, seguendo possibilmente i dettami della piramide alimentare. Ma questa può rappresentare un'occasione per tutta la famiglia, per rivedere e migliorare la propria alimentazione, acquisendo una dieta equilibrata, con particolare attenzione ad elementi spesso non tenuti in considerazione come ferro, zinco, calcio, vitamina C e vitamina B12, importanti per uno sviluppo adeguato dell’organismo in formazione.


Svezzare un bambino è una cosa potenzialmente semplice ma bisogna conoscere delle altrettanto semplici regole di base.


Nel libro “Dire Fare Svezzare” (2) sono presenti una serie di tabelle di riferimento per chi ne avesse bisogno. E’ chiaro che un controllo eccessivo di quantitativi e nutrienti rischia di scontrarsi con l’idea di fondo ma le indicazioni quantitative possono e devono rappresentare un’utile indicazione per i genitori che sentono la necessità di farsi un’idea di quello che è stabilito esser un consumo medio, almeno per capire se il proprio bambino si posiziona in linea oppure no. Ma questo non deve diventare fonte di stress e di controllo maniacale.


11- Il bambino si regola da solo per quanto riguarda la quantità di ACQUA da assumere nelle 24 ore, bisogna però ricordarsi di offrirgli da bere. L’acqua va proposta non solo dopo il pasto ma anche più volte nell’arco della giornata. In ogni caso parliamo di piccole dosi all’inizio, circa 30 ml per avere un riferimento.

Prima dell’anno di vita (ma a volte anche per vari mesi ancora) il bambino assume una consistente quantità di liquidi grazie al latte, al brodo vegetale e alla frutta, quindi non bisogna preoccuparsi se si ha la sensazione che non beva abbastanza: se rifiuta l’acqua vuol dire che non ha sete.

L’acqua è comunque la bevanda migliore per il bambino, non è necessario dargli altro da bere. Ci sono varie scuole di pensiero sul tipo di acqua, se di rubinetto o meno. In generale meglio un’acqua oligominerale, con un residuo fisso basso.

Come dargliela? Ad alcuni sembra inutile passare per il biberon prima del bicchiere. Significherebbe solo fargli imparare due cose invece di una che diventerà poi la definitiva. Esistono poi numerosi modelli di bicchieri antigoccia. Meglio non quelli con il beccuccio perché potrebbero divertirsi anche a morderlo e a ripetere l’esercizio con il seno, se ancora allattati.


12-L'ideale è proseguire l’ALLATTAMENTO anche durante lo svezzamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia di proseguire fino a due anni e oltre. Anzi, nel caso in cui si scelga l'autosvezzamento, in cui si lascia al bambino la libertà di assaggiare vari alimenti senza fare la classica pappa, è fondamentale che l'allattamento prosegua, perché in questi casi il latte costituisce ancora la principale fonte alimentare del bambino, che si limita appunto a fare qualche piccolo assaggio. (1)


13- I bambini imparano più da quello che vedono che dalle parole e, anche in questo caso, è il processo di IMITAZIONE che li indurrà a percorrere la giusta strada. L’introduzione di nuovi alimenti nella dieta del bimbo sarà quindi una buona occasione per eventuali miglioramenti dietetici per tutta la famiglia. (1)

Non dovrebbe essere una novità, fin dal concepimento, l’importanza di una dieta adeguata, sia per la mamma che per il bambino. Non cambia assolutamente nulla durante l’allattamento, né durante lo svezzamento. (4)

Una dieta equilibrata lo è nello stesso identico modo per un bambino di 6 mesi e per un adulto. Quello che cambia sono le quantità e l’adattamento sulla base dello stile di vita. Ma la varietà dei nutrienti resta indicativamente la stessa. (2)

Senza tralasciare il non dover cambiare ritmi e durata dei pasti della famiglia.

Un buon schema di autocontrollo per bilanciare il menù settimanale può essere la piramide alimentare transculturale.

In ogni caso non è il quanto o il cosa si mangia che deve catalizzare la nostra attenzione bensì la voglia di stare insieme, spegnere telefoni e televisione, e condividere sentimenti e racconti.

Vedere i genitori che compiono dei gesti (usare le posate, infilzare il cibo, portarlo alla bocca, masticare, bere dell’acqua ecc.) farà in modo che questi gesti diventino un bagaglio cognitivo che lui/lei potrà automaticamente richiamare alla memoria e all’azione quando sarà il momento. (2)


Il bambino non è affatto un furbone matricolato che se ne sta lì, in agguato, pronto a creare difficoltà a coloro da cui, badate bene, dipende per la sua sopravvivenza. Il suo interesse per il cibo dei genitori è, in realtà, solo interesse per quello che fanno i genitori. La prima volta, lui non sa che si tratta di cibo, cioè di qualcosa che, una volta in bocca, gli produrrà sensazioni simili a quelle prodotte dal latte. Si tratta solo di una esperienza con degli oggetti come tante altre. Il fatto di vederla fare a tutti e due i genitori contemporaneamente, e con quotidiana regolarità, non fa altro che accentuare il suo desiderio di imitazione. A questo proposito potremmo anche immaginare che il bambino si chieda, forse preoccupato, quando mai i suoi genitori mangino, visto e considerato che non li ha mai notati succhiare da una tetta o da un biberon. Il riconoscimento, di solito, è rapido. In questo i lattanti sono sorprendentemente aiutati dalle precedenti esperienze gustative avute sia in utero che durante l’allattamento al seno, in quanto permetteranno loro di ritrovare qualcosa di familiare in quello che gli arriva in bocca. (4)


Se invece il bambino viene tenuto lontano dalla mensa familiare, non si realizza il contesto in cui viene stimolato a mandare i suoi segnali né, probabilmente, se infine questo avvenisse, verrebbe compreso e né, se anche fosse compreso, verrebbe accontentato. I suoi genitori non lo conoscono, non si fidano di lui, hanno altre precise indicazioni, ben più affidabili che le stranezze di un lattante. Per conoscere le persone bisogna frequentarle, donare loro il nostro tempo e accettarne i difetti per poterne scoprire le qualità. Partire con un pregiudizio prepara solo un fallimento. (4)